
Al mercato ci sono cose che sembrano appartenere al posto da sempre. Un banco, una vecchia bilancia, una cassetta di frutta appoggiata dove non dovrebbe stare. E, qualche volta, anche un manichino.
Chi frequenta i mercati sa che non sono soltanto luoghi dove si compra e si vende. Dopo un po’ impari a riconoscere le facce, le voci, le abitudini. Sai chi conosce tutti e chi, prima o poi, sa sempre qualcosa che gli altri ancora non sanno.
Forse è proprio per questo che, quando dal mercato di San Jacinto (grazie Peter) in Messico scompare un vecchio manichino, la cosa non può passare inosservata. Da questa situazione un po’ assurda è nata l’idea del racconto Pancho Pistola e il manichino scomparso.
Io, del resto, nei mercati ci sono cresciuto. I miei genitori avevano una licenza e hanno lavorato nei mercati di Roma per tanti anni. Per me, quindi, il mercato non è mai stato semplicemente un luogo in cui andare a fare la spesa. Era un ambiente quotidiano.
C'erano i banchi, le persone che li gestivano, i clienti abituali, le voci, i rumori, i gesti che si ripetevano ogni giorno. C'era un modo particolare di stare insieme che probabilmente si può capire davvero soltanto frequentando quei luoghi per molto tempo.
Da bambino non potevo naturalmente osservare tutto con gli occhi dello scrittore. Ma certe cose rimangono. Rimangono i volti. Rimangono le voci. E rimangono soprattutto certi personaggi.
Al mercato di via Sannio, per esempio, mio fratello più piccolo, avrà avuto sette o otto anni quando si imbatté in un senzatetto dall'aspetto piuttosto malmesso. Non so cosa gli fosse passato per la testa, ma affrontò mio fratello con la massima tranquillità e gli disse: «Ie menavi te a Joe Frazier». Non c'era aggressività nella frase. Sembrava quasi una constatazione.
Sempre a via Sannio c'era anche quello che tutti chiamavano il Pellicano. Leggeva i giornali vecchi perché, diceva, non li aveva ancora letti e quindi per lui erano nuovi.
E poi c'era Carlo, che faceva arti marziali e ogni tanto si allenava prendendo a calci i segnali di divieto di sosta.
Ricordi così, a distanza di anni, sembrano quasi inventati. E invece sono proprio questo il genere di cose che mi sono rimaste dei mercati. Non soltanto i banchi e le merci, ma le persone, le stranezze, le frasi, i piccoli rituali. Un'umanità molto concreta e, allo stesso tempo, capace di sembrare uscita da un racconto.
Forse è per questo che, quando ho cominciato a pensare a Pancho Pistola e il manichino scomparso, l'idea di ambientarlo in un mercato è arrivata quasi naturalmente.
Non avevo ancora una storia. Avevo un’ambientazione, un luogo. E, in qualche modo, avevo già anche i suoi abitanti. Forse avevo anche qualcosa che non sapevo ancora di voler raccontare, ossia il ricordo di un mondo che nel frattempo stava cambiando.
Sono passati tanti anni da quando, durante l’estate, passavo alcune giornate sul banco con i miei genitori e il mercato non è più lo stesso.
È cambiato il modo di acquistare, sono cambiate le abitudini, le merci e soprattutto le persone che lavorano nei banchi. Una parte di quello spirito che ricordavo si è persa. Forse era la familiarità tra chi vendeva e chi comprava, il fatto che il banco non fosse soltanto il posto dove prendere qualcosa, ma anche un luogo in cui fermarsi, parlare, sapere qualcosa degli altri. Un ambiente più ruvido, forse, ma anche molto umano.
Oggi i mercati conservano ancora qualcosa di quella dimensione, ma bisogna cercarla. Io, per esempio, vado ancora al banco di una coppia di amici per comprare la frutta. E non è soltanto una questione di amicizia. Quella frutta, almeno per me, ha un sapore completamente diverso da quella del supermercato. Forse perché dietro quei prodotti continuo a vedere delle persone.
Forse è anche per questo che, quando scrivo di un mercato, non sto soltanto ricordando un luogo della mia infanzia. Sto cercando, senza averlo programmato, di conservare qualcosa di un mondo che cambia.
Quando sono all'estero, una delle cose che mi piace fare è andare nei mercati. Mi viene naturale. Cerco quelli più lontani dalle zone turistiche e mi piace guardarli con la curiosità di chi cerca qualcosa di familiare in un posto che familiare non è.
Ci sono differenze nelle merci, nei colori, nel modo di esporre e di contrattare, ma anche somiglianze sorprendenti. I venditori che richiamano i clienti, le persone che si conoscono, quelle che si fermano a parlare, le piccole notizie che passano da un banco all'altro. Ogni volta mi accorgo che, anche a migliaia di chilometri da Roma, c'è qualcosa che riconosco. E questa cosa mi fa sentire a casa.
Forse anche per questo, quando ho pensato al racconto, ho finito per portare quel mondo fino al Messico. Non volevo ricostruire un mercato romano dall'altra parte dell'oceano, ma trasferire altrove quello che avevo imparato osservando i mercati. Il rapporto tra le persone, le abitudini quotidiane, la capacità di trasformare un fatto minimo in una questione che riguarda tutti.
Il mercato di San Jacinto è nato così. Non come la riproduzione di un luogo reale, ma come un piccolo universo narrativo nel quale potessero muoversi persone molto diverse tra loro. E, naturalmente, serviva qualcuno che cominciasse a muoversi in mezzo a loro.
Pancho Pistola, in realtà, non l'ho inventato io. O meglio, non completamente. Il nome me lo aveva nominato la compagna di mio fratello, che è cilena. Mi parlò di un pretendente della sorella, un certo Francisco, detto Pancho. Fin qui, niente di particolarmente strano. Poi arrivò il soprannome. Pancho Pistola. Il motivo era ancora più particolare. Gli mancavano due dita della mano destra, l'indice e l'anulare. Era uno di quei dettagli che sembrano usciti direttamente da una storia. Un nome così non poteva semplicemente essere dimenticato.
Non sapevo ancora quale storia avrebbe potuto raccontare Pancho Pistola. Ma avevo la sensazione che, prima o poi, avrebbe trovato un posto da qualche parte. Quando è arrivata l'idea del mercato messicano, quel posto era diventato improvvisamente evidente. Pancho Pistola doveva esserci. E doveva avere qualcosa a che fare con quel mercato.
A questo punto serviva un'altra cosa. Qualcosa che mettesse in movimento il mercato. Ma non volevo partire da un delitto, da una grande tragedia o da un mistero particolarmente complicato. Volevo qualcosa di assurdo. Qualcosa che, preso singolarmente, sembrasse quasi privo di importanza.
È comparso così Manuel. Un vecchio manichino. Non una persona, non un animale, non un oggetto prezioso. Un manichino. E proprio per questo, forse, la sua presenza nel mercato poteva diventare interessante. Perché un oggetto può rimanere per anni nello stesso luogo fino a diventare qualcosa di diverso da quello che era in origine. Può entrare nelle abitudini delle persone, nei loro ricordi, nelle loro conversazioni. Può finire per appartenere a un luogo. E allora la sua assenza può essere percepita quasi come quella di qualcuno. Da questa idea è cominciato il racconto.
Il manichino, però, era soprattutto un pretesto. Quello che mi interessava davvero erano le persone che gli stavano intorno.
Nei mercati mi ha sempre affascinato il modo in cui un avvenimento può diventare un'occasione per mostrare un gruppo umano. Basta che qualcosa interrompa, anche solo per un momento, la normalità. Improvvisamente tutti hanno qualcosa da dire.
Qualcuno ha visto. Qualcuno crede di aver visto. Qualcuno conosce una persona che forse sa qualcosa. E qualcun altro non aspettava altro che avere una storia da raccontare.
Il mercato è un luogo di scambi, ma non soltanto di merci. Una notizia passa da una persona all'altra e, nel tragitto, può cambiare forma. Alla fine, non circola più soltanto un fatto, ma la storia che una comunità ha costruito intorno a quel fatto.
Forse è questo che mi interessava soprattutto mentre scrivevo. Il racconto parte da elementi molto diversi tra loro. C'è qualcosa di autobiografico, perché il mercato viene dalla mia esperienza. C'è un elemento reale, perché il nome Pancho Pistola arriva da una persona realmente esistita, almeno nel racconto che mi è stato fatto. E poi c'è la fantasia.
Un mercato messicano immaginario, un personaggio inventato, un vecchio manichino. La scrittura, almeno per me, funziona spesso così. Raccoglie un'immagine, un ricordo, una frase, un volto, un nome e poi li mette insieme. La realtà fornisce i materiali. La fantasia decide che cosa farne.
Forse, alla fine, Pancho Pistola e il manichino scomparso parla soprattutto di questo. Di come un luogo possa diventare un piccolo mondo. Un mondo con le proprie regole, i propri personaggi, i propri equilibri. Un mondo che può sembrare caotico a chi lo osserva dall'esterno, ma che per chi lo vive possiede una sua precisa logica.
Forse, alla fine, Pancho Pistola e il manichino scomparso parla soprattutto di questo. Di come un luogo possa diventare un piccolo mondo. Un mondo con le proprie regole, i propri personaggi, i propri equilibri.
Forse è questo che succede nei mercati. Le persone arrivano per comprare qualcosa e finiscono per portarsi via anche una storia.
Io, almeno, sono cresciuto così. Tra i banchi ho imparato che non serve sempre un grande avvenimento per mettere in movimento un intero mondo. A volte basta che scompaia qualcosa. E che qualcuno cominci a chiedersi dove sia finita.
Pancho Pistola e il manichino scomparso fa parte di La verità che brucia e altri racconti. Il resto, come sempre, preferisco lasciarlo al racconto.