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Quante volte può essere raccontata una storia?

Una storia non comincia quando decidi di scriverla. Forse comincia molto prima, quando un libro che abbiamo letto, un film che abbiamo visto o un disco che abbiamo ascoltato rimane da qualche parte nella nostra testa, nascosto, e continua a lavorare nel nostro inconscio senza che ce ne accorgiamo.

Può essere un racconto letto molti anni prima. Una scena di un film. Una canzone ascoltata centinaia di volte. Una frase pronunciata in un'intervista. Poi, un giorno, cose apparentemente lontane finiscono per incontrarsi. È quello che è successo con La distanza tra noi.

Non avevo in mente una storia precisa. Avevo piuttosto una domanda che continuava a tornare. Quante versioni può avere la stessa storia se raccontata da persone diverse?

La domanda riguardava la memoria, naturalmente. Ma anche il modo in cui guardiamo alle persone che abbiamo avuto accanto, alle cose che abbiamo fatto insieme, ai momenti che pensavamo di condividere e che, con il passare degli anni, possono diventare qualcosa di completamente diverso nei ricordi di ciascuno.

La prima scintilla è arrivata dalla letteratura. Qualche tempo fa ho riletto Nel bosco di Ryūnosuke Akutagawa. Lo avevo già letto, ma questa volta mi ha colpito soprattutto il modo in cui il racconto affronta il problema della verità. Non c'è una voce che possiede semplicemente la risposta e altre che si sbagliano. Ci sono persone che raccontano. E ogni racconto modifica quello che abbiamo appena ascoltato.

La storia si compone attraverso punti di vista diversi, ma invece di diventare più nitida sembra allontanarsi progressivamente da una ricostruzione definitiva. È un meccanismo narrativo affascinante perché mette in discussione una nostra convinzione quasi istintiva. Quella secondo cui, se raccogliamo abbastanza testimonianze, prima o poi arriveremo alla verità. 

Ma è davvero così? Oppure ogni testimonianza aggiunge alla storia qualcosa che prima non c'era, insieme a una nuova possibilità di interpretarla? E se, oltre alla memoria, entrano in gioco la volontà di nascondere, celare, amplificare o distorcere i fatti, la ricostruzione di una verità assoluta diventa ancora più complessa.

Akutagawa non mi interessava soltanto per la storia che raccontava. Mi interessava per questa possibilità di raccontare un avvenimento senza essere costretti a decidere quale delle versioni sia quella vera.

Da Akutagawa il pensiero è andato naturalmente a Rashomon di Akira Kurosawa. È uno di quei film che, una volta visti, continuano a lavorare dentro di noi. Non soltanto per quello che raccontano, ma per il modo in cui ci costringono a guardare le cose.

Kurosawa prende l'idea di Akutagawa e la trasforma in qualcosa di ancora più radicale. Il problema non è semplicemente capire quale testimonianza sia attendibile. È accettare che il nostro accesso alla realtà passi inevitabilmente attraverso lo sguardo di qualcuno. E quello sguardo non è mai neutrale.

Ci sono la memoria, l'orgoglio, la paura, il desiderio di avere ragione. Ci sono le cose che vorremmo fossero accadute e quelle che, al contrario, preferiremmo dimenticare. Ci sono cose di cui ci vergogniamo e cose che dovrebbero farci vergognare.

Forse per questo alcune storie diventano più complicate con il passare del tempo, invece di diventare più chiare.

La verità non viene soltanto deformata dalla memoria, dal tempo o dal nostro modo personale di guardare le cose. A volte viene nascosta deliberatamente, manipolata, travisata, adulterata.

È sempre successo, naturalmente. Chi ha il potere di raccontare gli avvenimenti ha spesso anche il potere di scegliere quali raccontare, quali omettere e quale significato attribuire loro. La storia, la politica, la cronaca sono piene di verità costruite, censurate, riscritte secondo convenienze e interessi.

Ma oggi, immersi in un flusso continuo di informazioni, la questione mi sembra ancora più evidente.

Una notizia può essere modificata da un titolo, privata del suo contesto, ripetuta fino a diventare apparentemente vera. Un'immagine può essere utilizzata per raccontare qualcosa di completamente diverso da ciò che rappresentava. Una frase può essere estrapolata e trasformata in un'affermazione che il suo autore non aveva mai fatto.

E non è sempre necessario inventare una menzogna. A volte basta scegliere quale parte della verità mostrare.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più inquietanti. Non abbiamo a che fare soltanto con il falso e il vero, ma con tutte le infinite sfumature che possono esistere tra i due.

La verità può essere nascosta dentro una storia vera. Può essere deformata attraverso una storia parzialmente vera. Può essere resa irriconoscibile semplicemente cambiando il punto da cui la si osserva. Quanto di ciò che consideriamo vero dipende dai fatti e quanto dal modo in cui quei fatti ci sono stati raccontati?

Pensavo a tutto questo senza sapere ancora che cosa potesse diventare. Poi è arrivata la musica.

I Pink Floyd sono uno dei miei gruppi preferiti. Probabilmente il mio preferito. E non lo dico soltanto pensando alla musica. 

Nel corso degli anni mi sono interessato molto anche alla loro storia, alle persone che hanno fatto parte del gruppo e, soprattutto, a quello che è successo quando quella storia ha cominciato a spezzarsi. Ho letto molte interviste. Ne ho ascoltate altre. E ogni volta, la cosa che più mi ha colpito, è che non esiste una sola storia dei Pink Floyd.

Esistono i Pink Floyd raccontati da Roger Waters, quelli raccontati da David Gilmour, quelli ricordati da Nick Mason, quelli osservati da Richard Wright. Naturalmente i fatti sono gli stessi. Gli anni sono gli stessi. I dischi sono gli stessi. Ma il significato che quelle esperienze hanno assunto per le persone che le hanno vissute può essere molto diverso. È comprensibile.

Quando si passa tanto tempo insieme, le relazioni diventano complicate. Le amicizie cambiano. Le ambizioni entrano in conflitto. Il successo può unire e dividere allo stesso tempo. E quando una storia finisce, ciascuno porta con sé la propria versione di quello che è successo. Non necessariamente una versione falsa. La propria versione.

Questa cosa mi ha sempre affascinato. Perché forse è proprio così che funziona la memoria. Non conserva soltanto quello che è accaduto, ma anche il significato che abbiamo dato a quello che è accaduto.

A quel punto le due suggestioni hanno cominciato a sovrapporsi. Da una parte c'erano Nel bosco e Rashomon, con l'idea di una storia osservata attraverso sguardi differenti. Dall'altra c'erano i Pink Floyd, una band, gli anni trascorsi insieme, i rapporti personali, la musica e soprattutto ciò che rimane quando un'esperienza comune si rompe.

Mi sono chiesto cosa sarebbe successo mettendo insieme queste due cose. Così, poco alla volta, sono comparsi i Narrow Fields, una band che non ha mai inciso un disco, dei musicisti che non sono mai esistiti, un passato che non appartiene a nessuno e che, eppure, potrebbe appartenere a molti.

Da quel momento la storia ha cominciato a camminare da sola. E io ho dovuto seguirla. 

C'è un'altra ragione per cui l'ambientazione musicale mi sembrava particolarmente adatta. La musica ha un rapporto strano con il tempo. Una canzone può riportarci immediatamente in un luogo che non esiste più. Può farci ricordare una persona che non vediamo da vent'anni. Può restituirci una sensazione che credevamo perduta. 

Ma può anche diventare una specie di testimonianza. Una registrazione conserva un suono. Una voce. Un'esecuzione. Un errore. Un momento. Sembra qualcosa di concreto, quasi incontestabile. Ma anche una registrazione deve essere ascoltata. E chi ascolta non è mai completamente neutrale. Sentiamo quello che sappiamo già. Cerchiamo quello che ci aspettiamo di trovare. Diamo un significato a ciò che ascoltiamo. 

Forse anche la musica, come la memoria, non conserva semplicemente il passato. Lo interpreta.

Il titolo è arrivato dopo. La distanza tra noi. Mi piaceva perché non indicava una distanza precisa. Poteva essere quella tra due persone. Tra due ricordi. Tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che raccontiamo. Tra quello che pensiamo di conoscere di qualcuno e quello che quella persona è realmente.

Con il tempo possiamo essere stati molto vicini a qualcuno e, nonostante questo, scoprire che esisteva una parte di quella persona che non abbiamo mai conosciuto. Forse è inevitabile. Ogni individuo conserva una zona che appartiene soltanto a sé. E ogni relazione è anche il tentativo, mai completamente riuscito, di attraversare quella distanza.

Quando scrivo, non parto quasi mai dalla necessità di dimostrare qualcosa. Mi piace partire da una curiosità, da un'immagine, da una domanda che non riesco ad abbandonare.

Con La distanza tra noi quella domanda riguardava la verità e la memoria, ma soprattutto il modo in cui persone diverse possono attraversare lo stesso pezzo di vita e averne ricordi completamente diversi.

Non so se sia possibile stabilire quale sia quello giusto. Forse, a volte, non lo è. E forse è proprio questa la parte più interessante.

Ci sono storie che possiamo raccontare molte volte senza riuscire a esaurirle. Ogni voce aggiunge qualcosa. Ogni ricordo ne modifica un altro. Ogni nuova versione ci porta un po' più vicino a qualcosa e, nello stesso momento, un po' più lontano da una risposta definitiva.

La distanza tra noi nasce da queste suggestioni. Un racconto di Akutagawa, un film di Kurosawa, la storia tormentata di una band che amo e una domanda che continuava a tornare.

Il racconto è contenuto in La verità che brucia e altri racconti. Il resto, questa volta, preferisco lasciarlo alla storia.

La verità che brucia e altri racconti

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