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L'uomo più solo dell'Universo

Nel luglio del 1969 l’attenzione di milioni di persone era rivolta alla Luna. 

Nei bar, nelle case, nelle sale d’attesa degli aeroporti, i televisori trasmettevano una diretta dallo spazio, con immagini tremolanti e una voce piena di fruscii. Tutti aspettavano lo stesso momento: il primo passo di un uomo sul suolo del nostro satellite.

Io non ero ancora nato e non l’ho potuto vedere in diretta, ma quasi tutti sanno come andò. Neil Armstrong scese piano dalla scaletta del modulo Eagle, appoggiò uno piede sulla polvere grigia e pronunciò una frase destinata a entrare nei libri di storia. Fu lui il primo uomo a mettere piede sulla Luna. Poco dopo venne raggiunto da Buzz Aldrin. 

Ma c’era un terzo uomo che in quel momento stava sparendo dietro il lato oscuro della Luna.

Si chiamava Michael Collins e pilotava il modulo di comando Columbia, la piccola navicella che continuò a orbitare attorno al satellite mentre i suoi compagni passeggiavano sulla superficie lunare. Ad ogni passaggio dietro la Luna perdeva ogni contatto radio con la Terra. Nessuna voce nelle cuffie. Nessun suono umano. Solo strumenti, interruttori e il vuoto.

A ogni orbita, per circa quarantacinque minuti, Collins era di sicuro l’essere umano più isolato dell’universo. Eppure, oggi, quasi nessuno si ricorda di lui.

È curioso come funzioni la memoria della storia. Ama le immagini semplici, i gesti simbolici, i vincitori facili da identificare, le frasi memorabili. Il primo uomo sulla Luna è una storia che funziona alla perfezione. Anche la frustrazione con cui Buzz Aldrin ha dovuto convivere per tutta la sua vita, ossia quella di essere arrivato subito dopo Neil Armstrong, è una storia che, in qualche modo, ha attirato la curiosità.

Ma un pilota che resta in orbita da solo, invece, è più difficile da raccontare. Non c’è una fotografia memorabile ad immortalarlo, non c’è una frase da incidere nel marmo, nessuna impronta lasciata sulla polvere lunare.

Ma senza Collins, Armstrong e Aldrin non sarebbero mai tornati a casa. Fu lui a mantenere in funzione il Columbia mentre il modulo lunare scendeva verso la superficie. Fu lui a eseguire controlli, calcoli, correzioni di rotta. E soprattutto, fu lui ad occuparsi della parte più delicata della missione che sarebbe arrivata dopo: il ricongiungimento nello spazio con il modulo Eagle. Se qualcosa fosse andato storto, Armstrong e Aldrin sarebbero rimasti bloccati sulla Luna.

Collins ne era ben consapevole. Anni dopo raccontò che, nel caso di fallimento, lui sarebbe stato costretto a tornare da solo sulla Terra.

Una situazione che ancora oggi mette i brividi. Due astronauti intrappolati sul suolo lunare e un uomo solo costretto a rientrare sapendo di aver lasciato indietro i propri compagni. E tutto il mondo lì a guardare.

Forse è anche per questo che la figura di Michael Collins continua a essere così affascinante. Non era il protagonista della fotografia ufficiale. Era l’uomo dietro le quinte mentre tutti guardavano altrove.

Molti giornali dell’epoca lo definirono “l’uomo più solo dell’universo”. È una di quelle espressioni che i giornalisti adorano perché sembra già il titolo di un film. Eppure, a Collins non piaceva quell’immagine.

Spiegò più volte di non essersi sentito abbandonato o triste. Anzi. Era concentrato sul suo lavoro e, in certi momenti, ha provato persino una certa serenità. Raccontò che osservare la Luna da lassù gli sembrava un privilegio straordinario.

A differenza di Aldrin, la cosa più sorprendente della sua storia è il fatto che non abbia mai mostrato rancore. Sarebbe stato facile lasciarsi andare al risentimento. In fondo lui aveva affrontato lo stesso addestramento, aveva corso gli stessi rischi. Era arrivato fin lì e poi era rimasto a guardare gli altri entrare nella leggenda. Ma Collins è sempre sembrato a suo agio nella parte dell’uomo dimenticato.

Quando gli chiedevano se fosse deluso per non aver camminato sulla Luna, rispondeva quasi sempre con ironia. Aveva accettato il proprio compito con una naturalezza che oggi appare quasi incomprensibile. Viviamo in un’epoca in cui tutti sembrano voler conquistare il centro del palcoscenico, in cui ogni istante della nostra vita, anche quelli più insulsi, sembra la scena madre di un grande film. La figura di Collins colpisce proprio perché sembra appartenere a un altro mondo. Un mondo di persone che fanno qualcosa di essenziale senza pretendere di essere ricordate per sempre.

Forse è questo il motivo per cui la vicenda di Michael Collins continua a parlare anche a chi non è interessato allo spazio. La Luna, la missione, chi ha poggiato il primo piede, in fondo, sono soltanto lo sfondo. Il vero tema è la memoria.

Non sempre la differenza tra le persone che la storia illumina con riflettori enormi e quelle che rimangono appena fuori dall’inquadratura dipende dal valore reale di ciò che hanno fatto. Spesso è solo dalla forza di un’immagine, da una frase pronunciata al momento giusto, da un dettaglio rimasto impresso nell’immaginazione collettiva.

Ogni epoca costruisce a modo suo la propria memoria. Quanti sono gli scienziati che hanno cambiato il mondo e di cui nessuno ricorda il nome? Quanti esploratori hanno aperto strade finite poi nelle mappe di altri? Quanti musicisti sono rimasti nell’ombra mentre altri rendevano famose le canzoni che loro avevano scritto? Persino nella vita quotidiana siamo circondati da figure simili. Quante persone sostengono, aiutano, preparano, rendono possibile qualcosa senza comparire mai nella fotografia?

Michael Collins sembra rappresentare tutti loro.

Eppure, sarebbe sbagliato raccontarlo come un uomo sconfitto. Anzi, nelle immagini dell’epoca appare quasi sempre sorridente. Dopo la missione Apollo 11 pubblicò un’autobiografia, Carrying the Fire, considerata ancora oggi uno dei migliori libri mai scritti da un astronauta. In quelle pagine Collins si raccontava con lucidità, ironia e una sorprendente capacità di osservare i dettagli umani. Non c’è quell’eroismo artificiale e fastidioso, né quella retorica enfatica che spesso accompagna i racconti che gli statunitensi tanto amano quando parlano dei loro American heroes. 

Credo che avesse capito che c’è una grande differenza tra essere protagonisti ed essere indispensabili. E quasi mai le due cose coincidono.

Riguardando oggi le immagini dell’Apollo 11 ci si accorge che, da una parte, c’è la grande narrazione ufficiale. La conquista della Luna, la bandiera americana, il trionfo tecnologico. Dall’altra, nascosta nel lato oscuro del nostro satellite, c’è un’immagine di un uomo solo dentro una capsula che aspetta il ritorno dei propri compagni.

È qui che la vicenda di Michael Collins per me diventa lo specchio di quella che è la natura umana. Tutti vorrebbero essere Armstrong. Quasi nessuno accetterebbe di essere Collins. Restare nell’ombra richiede un carattere particolare. Significa rinunciare a una parte del riconoscimento pubblico. Accettare che il mondo si dimentichi del tuo nome. Continuare a fare il proprio lavoro sapendo che senza di te nulla funzionerebbe.

È curioso come, a distanza di decenni, molte persone scoprano la sua esistenza quasi per caso e ne rimangano immediatamente colpite. C’è qualcosa di profondamente moderno nella sua figura, forse proprio perché va contro l’ossessione contemporanea per la visibilità.

Oggi ogni esperienza sembra dover essere raccontata, fotografata, condivisa, trasformata in prova della propria esistenza. Collins apparteneva invece a una generazione che considerava normale compiere qualcosa di enorme senza trasformarlo in spettacolo personale.

Quando morì, nel 2021, molti articoli tornarono a definirlo “l’astronauta dimenticato”. È una definizione che trovo ingiusta, ma forse inevitabile. La memoria collettiva funziona così. Semplifica, riduce, seleziona pochi simboli e lascia il resto ai margini. È spietata.

Eppure, le figure come quella di Collins ci parlano di qualcosa di più profondo. Ci ricordano che esistono uomini che attraversano la storia senza bisogno di occupare il centro della scena. Persone capaci di accettare il proprio ruolo anche lontano dai riflettori.

Nel luglio del 1969 milioni di esseri umani guardavano due astronauti scendere sulla Luna. Intanto, poco più in alto, un terzo uomo continuava a orbitare nel silenzio.

Forse ogni grande impresa funziona allo stesso modo. C’è sempre qualcuno che compare nella fotografia e qualcuno che resta appena fuori dall’inquadratura.

La memoria collettiva sceglie cosa conservare e cosa lasciare nell’ombra. A volte succede anche nei ricordi individuali. Nel racconto “Il primo uomo sulla Luna” ho provato a raccontarlo in un altro modo.


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