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Come nasce una storia che non avevo intenzione di scrivere

Quando ci siamo trasferiti nella nuova casa non era nelle nostre intenzioni prendere un gatto.

In realtà un gatto c’era già, ma apparteneva ai vicini. O almeno così pensavamo.

La prima volta che la vedemmo era sul muretto che separava i due terrazzi. Immobile, come se stesse già valutando qualcosa. Si fermava a osservarci da lontano, a distanza di sicurezza, con quella naturale diffidenza che i gatti hanno per gli sconosciuti. 

Poi, un giorno, decise di saltare dalla nostra parte. Restò pochi minuti, giusto il tempo di annusare qualche vaso, distruggere un paio di piante e scappare alla nostra vista. Il giorno dopo tornò. E anche quello successivo.

Con i gatti non esistono ingressi ufficiali. Non bussano. Non chiedono permesso. Semplicemente, a un certo punto, scopri che sono già dentro. Noi possiamo solo adattarci ai loro tempi e ai loro modi, per accorgerci, a un certo punto, che hanno cambiato le regole del gioco.

Così Tiffany cominciò a trascorrere sempre più tempo sul nostro terrazzo. Scoprì il divano esterno e decretò che fosse suo. Poi iniziò a entrare in casa, a dormire dove preferiva (solitamente su una sedia vicino al termosifone), a comparire all’improvviso davanti alla cucina come se fosse sempre vissuta con noi.

Continuava a tornare dai vicini, ma sempre meno. Molte sere di inverno, il vicino doveva venire a riprendersela perché non c’era verso di farla schiodare. Tornava di là soltanto per mangiare. Poi neppure quello. Ricordo ancora il giorno in cui i vicini ci consegnarono una ciotola, del cibo e poche altre cose che le appartenevano. Con loro si era creato un ottimo rapporto. Erano, e sono, persone bellissime e la vicenda di Tiffany ci ha unito. Quel giorno non ci fu bisogno di molte parole. Era come se tutti avessimo preso atto di una decisione che Tiffany aveva già preso da tempo.

Per oltre quattro anni è stata parte della nostra quotidianità. Non era soltanto un animale domestico. Era una presenza. Ci svegliava, reclamava attenzioni, pretendeva di essere ascoltata e riusciva, con sorprendente naturalezza, a imporre il proprio ritmo alle nostre giornate.

Credo che chiunque abbia vissuto con un gatto sappia di cosa parlo. Dopo un po’ non ti accorgi più di quanto spazio occupi nella tua vita. Diventa semplicemente parte del paesaggio. Come un rumore familiare, una luce che entra sempre dalla stessa finestra, un gesto ripetuto ogni giorno.

È solo quando quel gesto scompare che ne percepisci davvero il peso.

L’ultimo periodo è stato difficile. Tiffany, che aveva 19 anni, è invecchiata tutta insieme. Nelle ultime settimane, non riusciva quasi più a fare nulla da sola. Abbiamo imparato ad aiutarla in ogni piccola cosa, cercando di restituirle almeno una parte delle cure che lei, a modo suo, ci aveva regalato in quegli anni.

La sua morte è arrivata in un momento già complicato della nostra vita. Poche settimane prima era scomparso mio padre. Contemporaneamente la mia compagna stava affrontando un serio problema di salute. Non credo esista una classifica del dolore, né avrebbe senso provarci. So soltanto che alcune assenze sembrano sommarsi alle altre e rendere più silenziosa perfino una casa piena di ricordi.

Quando mi sono seduto davanti al computer ero convinto che avrei scritto di Tiffany.

Ho iniziato a scrivere aspettandomi di tornare, almeno con la memoria, sul nostro terrazzo. Invece la scena si è spostata altrove. Prima il vuoto. Poi il silenzio. Poi qualcosa che non apparteneva a nessun ricordo. Una nave spaziale, alla deriva nello spazio profondo.

Non saprei spiegare con precisione perché. Forse perché la scrittura non funziona come una macchina fotografica. Non riproduce la realtà. La scompone, la rimescola e, qualche volta, la restituisce sotto una forma completamente diversa.

A volte una storia nasce da un’idea precisa. Questa non è tra quelle. Tutto è partito da un’emozione, un’immagine, una domanda che continuava a girare nella testa senza trovare una forma. Poi, un giorno, quella forma è arrivata. E non assomigliava affatto al punto da cui tutto era partito.

Nel mio caso quella forma aveva corridoi metallici, luci intermittenti e il ronzio costante di una nave che continuava a viaggiare nello spazio.

Quando racconto che il punto di partenza è stata Tiffany, qualcuno potrebbe aspettarsi una storia fedele ai fatti. Una casa, una terrazza, una gatta che entra poco alla volta nella vita di due persone. Sarebbe stato il percorso più naturale, e forse anche il più semplice.

Eppure, mentre scrivevo, mi rendevo conto che non era quella la storia che cercavo.

La scrittura ha una logica tutta sua. A volte prende un ricordo e lo restituisce quasi intatto. Altre volte lo smonta pezzo dopo pezzo, fino a renderlo irriconoscibile. Non per tradirlo, ma per arrivare più in profondità.

Credo che questo accada perché i ricordi sono fatti di dettagli, mentre le storie sono fatte di significati.

Di Tiffany ricordo il rumore leggero delle zampe sul pavimento, il modo in cui occupava gli spazi come se le fossero sempre appartenuti, l’abitudine di aspettarci davanti alla porta quando rientravamo, il peso sulla gambe quando si accoccolava su di me. Sono immagini che appartengono solo a noi.

Quello che, invece, può appartenere anche a un lettore è la sensazione di continuare a cercare una presenza nei luoghi in cui era sempre stata. Guardare istintivamente verso un angolo della casa, aspettarsi un rumore familiare, accorgersi che il silenzio ha un peso diverso da quello che aveva il giorno prima.

È lì che la memoria smette di essere soltanto un ricordo personale e diventa materia narrativa.

Forse è anche per questo che la storia ha scelto una nave spaziale. Perché una nave che attraversa il vuoto conserva le tracce di chi l’ha abitata. Ogni corridoio, ogni porta, ogni ambiente continua a raccontare una presenza anche quando quella presenza non c’è più.

Non è molto diverso da quello che succede nelle nostre case. Gli oggetti restano al loro posto. Le abitudini sembrano aspettare qualcuno. Siamo noi a dover imparare che alcune assenze non cancellano ciò che è stato, ma cambiano il modo in cui continuiamo ad abitarlo.

Per questo non considero Una forma nel buio un racconto dedicato a Tiffany. Lo considero un racconto nato grazie a lei. Sono due cose molto diverse.

Le dediche guardano al passato. Le storie, invece, continuano a camminare, a guardare avanti.

Mi piace pensare che sia questo il motivo per cui continuiamo a scrivere. Non per fermare ciò che abbiamo perduto, ma per permettergli di cambiare forma e continuare il viaggio insieme a noi.

È quello che è accaduto a me. Da una gatta arrivata quasi per caso sul nostro terrazzo è nata una storia ambientata nello spazio profondo. A prima vista, non si somigliano per nulla. Eppure, quando una storia funziona, è sempre perché qualcosa continua a respirare sotto la superficie. Una presenza che resta.

Se qualcuno, leggendo Una forma nel buio, avrà la sensazione di aver già conosciuto quel vuoto, o di averlo attraversato almeno una volta nella propria vita, allora quel viaggio non sarà stato inutile.


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