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Chi potrà permettersi di salvarsi?

Immaginiamo che il mare continui a salire. Che intere città costiere diventino pian piano inabitabili. Che milioni di persone siano costrette a lasciare le proprie case. Che l'acqua, la siccità e il caldo rendano sempre più difficile vivere in alcune parti del pianeta.

Quando il mare salirà, qualcuno costruirà un muro.

Non sarà soltanto una diga contro l'acqua. Sarà una linea di confine. Da una parte ci saranno le case, l'energia, l'acqua potabile, il cibo, la sicurezza. Dall'altra, quelli che non potranno scegliere.

Rimarranno dove sono finché sarà possibile. E quando non lo sarà più, saranno costretti a spostarsi, senza sapere dove andare.

Chi potrà permettersi di salvarsi? È una domanda che sembra appartenere a un futuro lontano. A un mondo sconvolto dal cambiamento climatico, nel quale intere città saranno state sommerse e milioni di persone costrette a lasciare le proprie case.

Ma forse la domanda è meno lontana di quanto sembri. Perché davanti a una crisi non partiamo tutti dallo stesso punto. C'è chi può scegliere dove andare. Chi può vendere una casa prima che perda valore e comprarne un'altra in un luogo più sicuro. Chi può installare pannelli solari, condizionatori, accumulare acqua, assicurarsi, trasferirsi.

E c'è chi non può fare niente di tutto questo. Chi resta finché può. Chi parte quando non ha più scelta. Chi perde la casa e non ha un'altra casa dove andare.

Il mare, in fondo, non conosce la differenza tra ricchi e poveri. La possibilità di mettersi al riparo, invece, sì.

È facile immaginare come, in uno scenario del genere, il muro possa diventare qualcosa di più di una semplice barriera. Prima protegge dall'acqua, poi delimita uno spazio sicuro. Dentro quel confine vengono concentrate le risorse, le abitazioni, l'energia, l'acqua, tutto ciò che permette a una parte della popolazione di continuare a vivere come prima. Fuori rimane un mondo sempre più difficile da abitare.

È da questa idea che nasce la Cittadella del mio racconto Materiale di scarto. Non una città fortificata comparsa improvvisamente, ma un luogo costruito nel tempo per proteggere chi ha ancora qualcosa da difendere. Un mondo chiuso, ordinato, separato da ciò che si trova oltre le sue mura.

All'inizio il muro serve a proteggere. Poi, lentamente, comincia a fare qualcos'altro. Separa. Dentro c'è un mondo che cerca di conservare ciò che aveva prima. Fuori ce n'è un altro che ha perso quasi tutto. E più il muro diventa alto, più diventa difficile sapere cosa succede dall'altra parte.

Ma forse è proprio questo il suo effetto più profondo. Impedisce di vedere. Perché ciò che non vediamo è più facile da sopportare.

È sempre stato così. Un povero che dorme per strada è più difficile da ignorare se dorme davanti alla porta di casa nostra. Un migrante è una persona quando lo incontriamo, una categoria quando lo vediamo soltanto attraverso un telegiornale o negli sproloqui dei politici. Una famiglia che vive in condizioni disperate dall'altra parte del mondo può diventare una fotografia che scorre sullo schermo insieme alle altre.

La distanza cambia le cose, ma non la sofferenza di chi sta lontano. La differenza è il nostro modo di percepirla. Ci permette di continuare a mangiare, lavorare, uscire, dormire senza doverci confrontare continuamente con ciò che accade agli altri.

Un muro può essere fatto di cemento. Ma può essere anche un confine, una differenza di reddito, un oceano, una periferia che non frequentiamo mai. Può essere una tecnologia che ci permette di sapere tutto senza dover vedere niente. E quando ciò che sta fuori rimane abbastanza lontano, diventa più facile considerarlo un problema degli altri. 

È qui che la crisi climatica potrebbe rendere tutto più radicale. Perché quando le risorse cominciano a diminuire e i territori diventano meno abitabili, chi ha denaro può comprare protezione. Può comprare tempo. Può comprare distanza. Può scegliere. Gli altri dovranno semplicemente fare i conti con quello che rimane. 

È da questa immagine che nasce Materiale di scarto. Una Cittadella isolata in un futuro segnato dal riscaldamento globale. Un mondo protetto, ordinato, separato da ciò che si trova oltre le mura.

Non volevo però raccontare soltanto un futuro devastato dal clima. Mi interessava capire cosa succede alle persone quando il mondo viene diviso in due. Quando esiste un dentro e un fuori. Quando la sicurezza di alcuni dipende anche dalla distanza dagli altri.

Nel racconto c'è una possibilità di contatto tra questi due mondi. Ed è proprio il contatto a diventare pericoloso. Perché finché l'altro rimane dall'altra parte del muro è facile non chiedersi chi sia. Quando invece riesci a sentirne la voce, quando quella presenza smette di essere un'immagine indistinta e diventa una persona, il muro comincia a perdere la sua funzione. Non protegge più soltanto. Comincia a nascondere.

Mentre scrivevo, continuavo a pensare a libri che avevano già percorso strade simili. In This Changes Everything, Naomi Klein racconta la crisi climatica anche come una questione di potere, ricchezza e disuguaglianza. Non viviamo tutti nello stesso mondo e non abbiamo tutti gli stessi strumenti per affrontare quello che sta cambiando.

Poi c'è The Wall di John Lanchester. Qui il muro diventa concreto. È una barriera. Separa chi è protetto da chi cerca di entrare, in un mondo trasformato dal cambiamento climatico. È difficile non pensare a quanto velocemente una protezione possa trasformarsi in esclusione.

Amitav Ghosh, ne La grande cecità, pone invece una questione diversa. Ossia la nostra difficoltà a immaginare davvero la crisi climatica. Forse perché siamo abituati a pensare al futuro come a qualcosa che arriverà lentamente, un giorno dopo l'altro, senza accorgerci che alcune trasformazioni sono già cominciate e forse sono già irreversibili.

Forse è anche per questo che abbiamo bisogno delle storie. Una storia può prendere qualcosa che sembra enorme, lontano e astratto e mettercelo davanti agli occhi. Può costruire un muro. E poi chiederci cosa c'è dall'altra parte.

Nel mio racconto, la Cittadella funziona finché il mondo esterno rimane davvero esterno. Il problema nasce quando qualcosa riesce ad attraversare quella distanza. Una voce. Un volto. Una relazione. Non serve molto.

Perché il muro può impedire il passaggio delle persone, ma non necessariamente quello delle domande. Chi vive dall'altra parte diventa improvvisamente difficile da ignorare. 

E allora la questione non è più soltanto chi è dentro e chi è fuori. Ma le domande fondamentali diventano perché qualcuno sta dentro e tanti altri fuori? Perché alcuni devono essere protetti e altri no? Perché alcuni possono scegliere e altri devono accettare ciò che resta? Perché qualcuno dovrebbe essere considerato sacrificabile soltanto perché è nato dalla parte sbagliata del muro?

Sono domande che appartengono al futuro immaginato del racconto. Ma non soltanto a quello. 

Non so se un giorno costruiremo davvero città fortificate per difenderci dal mare. Non so se i ricchi vivranno dietro enormi barriere mentre milioni di persone saranno costrette a spostarsi alla ricerca di un luogo in cui vivere. È uno scenario estremo. Ma non è difficile capire da dove potrebbe nascere.

La disuguaglianza non comincia con la catastrofe. La catastrofe, semmai, può renderla più evidente. Quando arriva una crisi, chi possiede risorse ha più possibilità di adattarsi. Può cambiare casa, cambiare città, cambiare paese. Può acquistare strumenti per proteggersi.

Chi non possiede risorse ha meno possibilità. E ogni possibilità in meno significa una scelta in meno. Forse è questa la cosa che dovremmo ricordare quando parliamo di cambiamento climatico.

Non esiste soltanto la domanda su quanto aumenteranno le temperature o di quanti centimetri salirà il mare.

Esiste anche una domanda molto più semplice. Chi avrà la possibilità di scegliere cosa fare? La Cittadella, allora, non è necessariamente una previsione. È una domanda sul presente. 

Forse il futuro non sarà fatto di fortezze affacciate su mari sempre più alti. Forse troveremo soluzioni che oggi non riusciamo ancora a immaginare. Ma i muri esistono già. E anche le persone che vivono dall'altra parte. Ci sono muri che separano paesi ricchi e paesi poveri, muri tra quartieri, tra classi sociali, tra chi ha accesso alle risorse e chi ne è escluso. Alcuni sono visibili. Altri no.

Il problema del cambiamento climatico potrebbe essere anche questo. Rendere ancora più evidente che non tutti hanno lo stesso diritto di scegliere il proprio futuro. E che, quando il mare salirà, non tutti avranno una barca.

La Cittadella di Materiale di scarto è immaginaria. Il mondo che rappresenta no. Il meccanismo che la sostiene appartiene già al nostro presente. E al nostro passato.

Forse il futuro che dovremmo temere non è quello in cui il mare arriverà alle nostre case. È quello in cui, quando arriverà, avremo già deciso chi merita di essere salvato e chi no.

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